sabato 7 dicembre 2013

Io voto e voto Cuperlo

Libere e vaste elezioni sono state scelte come metodo per eleggere il nuovo Segretario del PD.
Volutamente, in molti, hanno confuso le acque.
Queste elezioni sono rivolte a tutti i cittadini elettori del PD, non al mondo intero, da Briatore ai giovani di Forza Italia, ai compagni dirigenti di Sel.
Queste elezioni non nomineranno il candidato premier ma una guida, un riferimento per il Partito Democratico.
E' quindi molto importante che gli elettori del PD partecipino.
Io vado a votare e sono certo che saranno comunque molti a farlo.
Il PD è l'unica forza politica di popolo in un panorama devastato da scandali e da personalismi, dove continuamente nascono partiti per difendere o lasciare un leader, una unica persona, dove i più populisti decidono fra pochi intimi liste e segreterie, come hanno fatto Grillo, ieri, e la Lega oggi.

Non avviene per destino e per storia, avviene e soprattutto continuerà ad avvenire solo se il PD sceglierà di continuare ad esistere come grande partito popolare.

SENZA UN GRANDE PARTITO DI POPOLO LA REPUBBLICA E' IN PERICOLO.

E' una delle dichiarazioni più forti che ci ha rivolto Gianni Cuperlo.
La condivido, oggi, nell'Europa dei grandi poteri, delle nuove spaventose miserie, dei populismi violenti, della rinascita perfino elettorale della barbare dei fascisti.

BISOGNA VINCERE, MA PER VINCERE E ANCOR PIU' PER GOVERNARE NON BASTA UN UOMO DELLA PROVVIDENZA, CI VUOLE E CI VORRA' UN MOVIMENTO FORTE E PRESENTE, OGNI GIORNO IN DIALOGO CON TUTTI I CITTADINI.

Abbiamo di fronte tre candidati. Non hanno corso alla pari. Una enorme mobilitazione mediatica ha sostenuto la candidatura di Matteo Renzi. E' un suo merito, non il frutto di un complotto.
Tuttavia mi sono chiesto il perché di questo schierarsi, continuo, invadente.
Non è normale che avvenga a sostegno di un leader della Sinistra e nemmeno del centrosinistra.
Pochi anni fa l'allora direttore del Corriere Paolo Mieli venne aspramente attaccato per aver scritto un editoriale a favore di Romano Prodi e in questi mesi, invece, sono corsi a fiumi, a valanga, scritti e video a sostegno del nostro Matteo Renzi.
E' presto per trarre conclusioni sui motivi di quanto sta accadendo ma, certamente, in molti, moltissimi sperano che Renzi chiuda la partita NON con il passato della Sinistra, ma con la Sinistra, i suoi valori e soprattutto la sua autonomia.

Per questo, specularmente, via via che la sua personalità, di assoluto valore, emergeva il "nemico" è diventato Gianni Cuperlo. 

Più di Giuseppe Civati, certamente, innovativo, battagliero su tanti temi, ma più sfumato sul ruolo di una Sinistra di Governo e quindi ritenuto, evidentemente meno "pericoloso" , lontano dal "nocciolo" della questione.

Cuperlo: una persona seria e profonda, che si è fatta avanti, con precise proposte, per affermare una Sinistra moderna e vera, per la difesa e la promozione dei ceti sociali più colpiti dalla crisi, dai giovani senza lavoro o costretti al precariato e allo sfruttamento, agli esodati, ai pensionati. Sono quei ceti sociali che una propaganda meschina, purtroppo incoraggiata da pessime dichiarazioni di collaboratori e grandi sostenitori di Renzi, dall'On. Gutgeld al finanziere Serra, vuole dividere, mettere gli uni contro gli altri.

In Italia, per la galassia dei grandi potenti, e per la loro informazione si può dire tutto, o quasi, ma guai a parlare di lavoro e di unità dei lavoratori e dei pensionati.
Questa la grande colpa di Gianni Cuperlo.

Allora comprendiamo il perché di una ripetuta e ridicola accusa di continuismo a lui rivolta, l'accusa di essere il prestanome di vecchi dirigenti, un paradosso quando il 90% della classe dirigente del PD si ritrovava nelle liste del Sindaco di Firenze.
Allora comprendiamo come si sia cercato di imputare a Cuperlo più o meno tutto, dalle difficoltà del Governo al caso Cancellieri.
Gianni non si è perso d'animo e sull'attualità ha indicato una via di verità, senza retorica. Sostenere letta, ma cambiando profondamente il programma e l'azione del Governo, come oggi è possibile e doveroso dopo la fuoriuscita di Forza Italia, la via della responsabilità e non delle dichiarazioni roboanti e dei rapidi ritorni indietro. La recente sentenza della Corte Costituzionale ha mostrato la necessità di agire con intelligenza e rapidità per le riforme smettendo di agitare proposte irrealizzabili e di dubbia qualità come quella del "Sindaco d'Italia".

Si può dire che Cuperlo, in questi mesi abbia già agito da Segretario di tutto il partito e non da candidato a caccia di voti. 

Voto e vi invito a votare gianni Cuperlo perché lo diventi veramente, da Lunedì 9.
Sarà una risposta, la più forte che possiamo dare ai tanti problemi da affrontare e risolvere che ci troveremo di fronte, giorno dopo giorno in un passaggio decisivo per l'Italia e la democrazia.

Voto e vi invito a votare Gianni Cuperlo perché prevalga, o comunque si rafforzi un PD rinnovato, soggetto libero dalle ipoteche dei poteri e dei pochi, protagonista della Sinistra europea riformatrice e capace di buon Governo.

Un caro saluto a tutti e buon voto!
                                 Davide Ferrari


sabato 22 giugno 2013

Il nuovo terremoto.


Il nuovo terremoto: mentre scriviamo non si registrano danni gravi e soprattutto non risultano vittime. La caratteristica della forte scossa appenninica e garfagnina , profonda, ha causato una grande estensione del sisma ma una ridotta distruttività. Certo è che qui l’abbiamo avvertito, e la paura è ritornata. Dopo un anno nuovamente tutta l’Emilia ha sentito la terra tremare. Ci spiegano gli esperti che non si può dire il momento nel quale il tremito colpirà. Chi come me, a Ferrara, ha vissuto il Maggio del 2012, non può scordare la profezia che ci raggiunse  dopo quei giorni. La faglia, inabissata nelle golene alluvionali dove riposa la città, è l’unica, fra le vicine, -ci dissero- che ancora non si è spezzata, dunque ..prima o poi..E a Bologna si teme, come a Modena, Reggio, Parma, per gli edifici storici, infiniti, e per chi vi abita. La bellezza della nostra storia, viviamo ancora al suo interno, nelle sue case, nei suoi luoghi, ci è
diventata nemica. Così la nostra terra, lo scrisse Carlo Lucarelli, mite e sorella dell’uomo e del suo lavoro si scopre capace di fremiti sconvolgenti. Sappiamo ormai che il pianeta è una navicella nell’Universo e che abbiamo solo la sua crosta minima e l’aria che ì’ avvolge, per vivere. Il terremoto un tempo richiamava il concetto dell’ira di Dio, oggi evoca il senso di colpa per lo sfruttamento distruttivo cui sottoponiamo la nostra povera sfera. Ma la zolla tremante non riguarda noi e i nostri misfatti. Ci sovrasta incurante. A noi resta l’intelligenza di prevenire, con una architettura finalmente adeguata, e assistere, chi è colpito ed è troppo solo. Dimostriamo di averlo compreso.

"Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L' Unità E-R, 22 Giugno 2013

sabato 15 giugno 2013

"3 x 1". Ma sono negozi che chiudono.


Mentre un negozio apre, tre chiudono. E’ l’ultimo dei tanti bollettini statistici che scandiscono una crisi infinita. Succede qui in Emilia-Romagna, in questo 2013. e altrove va anche peggio. Qualcuno chiude per mettersi in salvo con il suo “gruzzoletto” dopo molti anni di un lavoro remunerativo ma faticosissimo. C’è anche questo: una anticipata chiusura di attività per sfiducia. Ma, nella grande maggioranza dei casi la serranda si abbassa perché ad andare avanti non si riesce. Le famiglie non incassano, dividono quel che hanno con sempre più disoccupati o male occupati al loro interno. Ogni spesa si assottiglia o si rimanda. Quanti sciagurati hanno scritto in questi anni esortando i giovani al libero commercio in proprio. Costruitevi voi il lavoro, dicevano.
Certo, il piccolo commercio può essere, in qualche misura e per un tempo limitato, “anticiclico”, cioè andare bene anche a quando le grandi centrali produttive si fermano. Ma , a lungo andare, tutto si eguaglia. Se non si produce e non si guadagna non si compra. E infatti chi vende chiude. Che fare? Il contrario di quello che ci fanno fare. Bisogna far ripartire l’economia ed il lavoro , con una forte leva pubblica. Raccogliere tutto il poco denaro che c’è e investire, subito, garantendo il debito a livello continentale. Lo scrivono con chiarezza economisti di una nuova e solida generazione, come Ronny Mazzocchi che abbiamo recentemente ascoltato a Bologna.  Ma vi sono interpreti politici di una svolta come questa, in Europa e a casa nostra? Letta non è Monti. La consapevolezza di essere finiti su un treno che corre verso il baratro sembra farsi strada.. Ma troppo lentamente. Troppo. 

"Il contrario"
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 15 Giugno 2013

sabato 1 giugno 2013

Un' astensione che non si può archiviare.

Dal referendum bolognese alle elezioni amministrative, l'astensione è stata protagonista.
Passati alcuni giorni si può, si deve, andare oltre le prime interpretazioni, pur legittime.
E' vero: referendum poco votato equivale a referendum sbagliato o, almeno, caricato di attese esagerate ed estranee alla realtà, molto circostanziata del quesito. La “carica” ha motivato ma ha anche molto allontanato.
Tuttavia deve riflettere anche chi questo referendum non ha voluto.
La lontananza e la non appartenenza di tanti, su un punto come la scuola deve preoccupare, anche se facilitata da un “aut-aut” referendario poco sostenibile.
Abbraccia non soltanto i “blocchi politici”, ma anche identità di grandissima rilevanza, come l'insieme ecclesiale.
Non esprimersi, esprime. Molte cose e non positive.
Lo si è visto alle amministrative. Sono un risultato “strategico” per la democrazia le belle affermazioni del PD, nel momento più difficile. Danno però al PD in primo luogo la responsabilità di opporsi alla mancanza di speranza, di parlare a chi si dichiara con il “non voto”. Separarsi dal quadro “dato” della politica potrebbe essere precedente a scelte critiche. La ripresa di fenomeni contestativi estremi sembra dietro l'angolo, anche se ancora poco se ne parla. Anche la crisi di Grillo, meritata, va
considerata con attenzione. Vediamo ora che il consenso ricevuto alle politiche era parte di un problema che cresce e si trasforma, tornando al “No” assoluto del “non voto”. Quali le scelte di domani di questo “popolo separato” dalla partecipazione? Come agirvi? Come riunire la nostra società civile? Sono le vere domande. Ora è il tempo di rispondere. 

L'Unità E-R, 1 Giugno 2013 

giovedì 16 maggio 2013

Referendum scuole Infanzia. Di cosa si tratta?

E' ancora ignoto ai più l'oggetto concreto sul quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi nel referendum bolognese: le convenzioni Comune-paritarie nella scuola dell'Infanzia
I promotori hanno voluto che la scadenza assumesse un carattere generale, addirittura nazionale. “Chi buttereste dalla torre, le scuole pubbliche o quelle private?” Si vuole che i cittadini votino in risposta a questa semplificazione inaccettabile. Ben altro c'è da buttare, se si desidera! Vogliono farci litigare come i polli di Renzo avviati a perdere il collo. Per difendere la scuola bisogna integrare, unire le forze e le esperienze. La disinformazione è cresciuta dopo l'annuncio del Comune di voler porre servizi e scuole 0-6 anni in capo ad una ASP. La questione è complessa, richiede un confronto serio, viene associata al Referendum grazie alla parola magica :”Privatizzazione”. Al contrario: il Comune non può più assumere (per legge!), la “carta ASP”, azienda pubblica, permette l'assunzione a tempo indeterminato di nuovo personale, di non passare la mano ad altri, “privatizzando”. Invece le convenzioni rispondono ad un'altra necessità. E' naturale che un Sindaco cerchi di migliorare la qualità anche di scuole che da decenni e decenni lavorano per migliaia di bambini di 3, 4 e 5 anni Questa scelta è antica (18 anni!), si è diffusa in tutta Italia, fino alla Puglia del Presidente Vendola, non ha nulla di anti-costituzionale. Il prof. Rodotà scrive che -“quantomeno”- bisogna dare assoluta priorità alla “scuola pubblica”. E' proprio quello che si fa qui. Si spende 1 euro su 4 del bilancio, e una grande parte va alle scuole per l'infanzia, 36 milioni euro l'anno alle comunali, ed 1 alle statali: 37 volte il “costo” delle convenzioni con le paritarie. La campagna paradossale che mette Bologna sul tavolo dell'accusato è rischiosa.
Se passa l'idea che tutto è sfascio sarà più difficile proseguire investimenti per la scuola così cospicui. Se il voto sancirà una vittoria di parte, perchè l'altra si ritiri nella propria vita senza aiuti e senza doveri, si indebolirà il complesso del mondo scolastico. Una scelta più matura, il voto “B”, potrà sollecitare invece una politica per la scuola generosa ed aperta.

Davide Ferrari
condirettore della rivista nazionale
"Riforma della scuola"

Pubblicato da "Il Resto del Carlino"
Maggio 2013

sabato 11 maggio 2013

Non fare finta di niente.



Il PD prova a ripartire. E' necessario farlo. Non lo si può fare senza la spinta
dei tanti che in questi giorni stanno testimoniando non solo “disagio” o dissenso
ma precise opinioni e volontà.
Dove ci sono, anche a Bologna, nei Circoli, a dimissioni, ad autosospensioni, ad assemblee permanenti degli iscritti non seguono i pianti e gli abbandoni.
C'è voglia di esserci. Senza Berlusconi , però.
“Il partito”, il suo corpo, sa benissimo che la maggioranza che regge questo governo non è e non sarà mai un'alleanza.
Limiti di tempo e azioni, poche ma buone, questo si chiede sia il Governo di Enrico Letta.
D'altra parte non deve sfuggire un altro movimento di opinione che sottotraccia ha accolto la formazione dell'esecutivo. Nella gente comune, questa volta, non nei militanti.
L'Italia è stanca, il lavoro ed il reddito mancano in milioni di famiglie.
“Un governo ci voleva, per forza”. Ci sentiamo dire anche questo, se abbiamo orecchie aperte.
Il PD non può non vedere il dramma del paese per occuparsi del suo “dramma”, del suo dibattito interno. Sarebbe un altro errore dopo i pasticci e le faide registrate nell'elezione del Presidente della Repubblica. La gente protesta ma prima ancora interroga, attende qualche risposta. Forse anche per questo, pare, viene alle Feste più di prima, nonostante il “clima”.
Insomma è un quiz senza risposte conosciute. Non resta che fare un passo alla volta. Il nuovo segretario, intanto, il Congresso, subito. E, subito, qualche colpo battuto dal Governo. Solo una cosa sappiamo: non si può fare finta di niente, lasciar assorbire dalla routine di una normalità che non esiste. Se si pensa:”Passerà anche questa”, si prepara il disastro.

"Il contrario", rubrica di .Davide Ferrari
L'Unità E-R

sabato 27 aprile 2013

Discutere, senza finte certezze.



Il 25 Aprile ha riempito le piazze di uomini e donne, di testimonianze vive. Nonostante quello che succede. Forse anche per quello. Delle tante foto “postate” dai compagni sui social network una mi ha particolarmente colpito. Scattata a Bologna, mostra Andrea De Maria e un gruppo di cittadini che discutono, che “si” interrogano e “si” rispondono. Una foto qualsiasi, una delle tante. E' il momento a renderla “notevole”. La discussione è animata, ma partecipe, si sarebbe detto un tempo. C'è il senso di una preoccupata, vigile, voglia di esserci, di capire. E da parte del politico, una volta tanto, non si vede nessun ditino alzato. Dopo il naufragio, la linea, se mai sarà possibile, va trovata e verificata insieme, giorno per giorno, occasione dopo occasione. La democrazia ha ancora degli anticorpi.
Quello che possiamo fare, ognuno di noi, è farli reagire. Reagire, cioè non arrendersi alla rabbia della protesta contro tutto e contro tutti. Oggi essere “contro” e basta vuol dire soltanto “portare il cervello all'ammasso”. Ma, di fronte a questa conclusione della crisi aperta dal voto del “vaffa” e delle maggioranze impossibili, nemmeno ci si può far bastare la consolazione di una retorica stanca del'”unità nazionale”, “a prescindere”. Reagire, vale a dire discutere, fare incontrare, tenere assieme. Io, che-anche oggi- voterei “tutto”, come ho sempre fatto, preso alla gola dalla responsabilità, sarei molto più convinto se vedessi tutti impegnati a parlare, senza finte certezze, scolpite nella pietra di talco più che nel marmo. Meglio una onesta, e attiva, IN-sicurezza. Quanto meglio di “dissentire” o, al contrario, minacciare espulsioni di qua e di là.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R
27 Aprile 2013

venerdì 22 marzo 2013

Referendum e scuole dell'Infanzia. E' lo Stato il latitante.


Il 26 Maggio si avvicina. A Bologna si voterà per il Referendum sulle convenzioni fra il Comune e le scuole paritarie.
Io non sono cattolico, non ho particolari relazioni nelle scuole paritarie, ma continuo a non essere convinto, non dai valori, che sono i miei, ma dalla scelta politica dei referendari.
Si dirà che le convenzioni dividono , anche se si fanno da vent'anni e con qualche profitto per la qualità della scuola di migliaia di bimbi. Il Referendum, però, ha moltiplicato la divisione, ha tracciato un solco profondo fra i migliori Enti Locali che, in tutta Italia, Puglia di Vendola compresa, cercano un rapporto con tutte le scuole, paritarie comprese, e una parte dei movimenti ed anche del corpo insegnante della scuola pubblica.
Quel solco andrà colmato e ponti andranno gettati, prima possibile.
La realtà aiuterebbe.
Il Comune di Bologna non toglie nulla alla scuola pubblica, anzi spende come nessun altro per le proprie scuole e per le scuole statali.
Spende oggi come non ha mai speso, neanche ai tempi d'oro dei grandi Sindaci Dozza, Fanti, Zangheri e Imbeni.
Ci sono mille cose che non vanno , ma perchè qui si fa.
E' lo Stato il grande latitante. E senza un maggiore impegno dello Stato l'offerta di scuola pubblica non può aumentare.
Urgono molti più "posti" realizzati o pagati dallo Stato.
Questa era ed è la vera battaglia da fare. Lo Stato non da a Bologna quasi nulla per l'Infanzia e taglia, e impedisce al Comune di assumere e di spendere. Qui è l'origine delle liste di attesa, non nel nodo delle paritarie.
Qui, non in un disimpegno del Comune che non esiste.
Almeno questo si potrà dire, subito, insieme? Si deve.

"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R  23 03 2013

sabato 16 marzo 2013

I selvaggi bus.


Alle fermate senza bus, con i passeggeri arrabbiati per gli scioperi all'improvviso, si sono ritrovati a dire No, amministratori pubblici e portavoce dei partiti. E' naturale, è giusto. I trasporti, nella vita quotidiana, sono una dura necessità. Qualunque protesta deve tenerne conto. Ma, sì c'è un ma, la condanna va ribadita-chiara- ma non basta.
Affermatisi nel boom degli anni dello sviluppo e della redistribuzione sociale, come una categoria di “aristocrazia operaia” i lavoratori dei trasporti urbani erano fra le colonne di un sindacalismo forte e consapevole. Poi è caduta, nonostante la resistenza dei nostri Enti Locali, la pioggia fitta della destrutturazione e della precarizzazione, del risparmio a tutti i costi sulla manodopera, la pioggia acida delle “altre priorità”. La responsabilità vince quando ci si sente “importanti” per tutto il sistema. Ma, i trasporti, lo sono ancora? Leggi dopo leggi hanno stabilito: i costi sono troppo alti , bisogna tagliare, competere. Ci pensino i privati o almeno li si imiti. Ma un treno, un autobus non sono merci qualunque, sono i mezzi sui quali un mercato sano dovrebbe poter correre. Hanno una funzione sociale, per l'economia e per la qualità della vita. Sono, poi, l'alternativa, se di qualità, alla dissipazione energetica ed all'inquinamento. Non sappiamo se i “rivoltosi“ credono in queste ragioni. La loro forma di lotta certo favorisce l'opposto, un altro passetto verso il degrado, nell'Italia dei vaffanculo. Ma se ad ogni critica loro rivolta non si unisce il richiamo e l'impegno ad una svolta, il senso del trasporto come bene comune, la risposta sarà generica e debole. Troppo.  

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R
16 III 2013

sabato 9 marzo 2013

FAST FOOD, DOVE NASCE LA RABBIA DEI SENZA-TUTELA




l“I giovani non hanno voglia di
lavorare”: frase fra le più
ingiuste ed irritanti. questa
espressione eterna , inaccettabile
ma ingenua, in bocca ai più
rancorosi fra i vecchi di ogni
tempo, diventa una offesa se
ripetuta da padroni e dirigenti. Per
i giovani il lavoro non c'è. Quando
lavorano, lo fanno per poco tempo,
per pochissimi soldi, con diritti
deboli e difficili da far rispettare.
Quando tutto è cominciato, la crisi
era sconosciuta, sembrava
inevitabile la prosperità, ci
raccontarono che bisognava
rassegnarsi: mentre l'industria si
frazionava e si delocalizzava,
evaporava, avremmo avuto l'ascesa
di un nuovo proletariato giovanile,
nel terziario più diffuso, di bassa
qualità, in sostanza. I volti allegri
per natura dei giovani al desk dei
fast food parvero raccontare il lato
buono della trasformazione in
corso. Oggi sappiamo che questi
cambiamenti ci hanno reso più
deboli. Non c'è solo la “cattiva”
finanza, contro cui sono tutti
d'accordo. C'è un impoverimento
pauroso della qualità del sistema
produttivo e, nello stesso tempo,
della qualità del lavoro. Mentre ai
tavoli fast crescono i disagiati e gli
anziani, anche qui, nelle nostre
terre più forti, nella catena dei
panini, simbolo di un consumo “a
portata di tutti”e “moderno”, si
affannano e si avvicendano persone
concrete, giovani con poca tutela,
troppo soli. Ora c'è chi, tra loro,
protesta. «Hanno studiato troppo»,
gli rimproverano, «per questo sono
insoddisfatti». Si dice che per
acchiappare più voti bisogna
sapersi presentare, “rinfrescarsi”.
Sarà così. ma è urgente ascoltare,
voler capire, non voltare lo sguardo
al disagio e al conflitto. Cominciamo
da qui 


IL CONTRARIO
rubrica di DAVIDE FERRARI
L'Unità E-R 9 III 2013

sabato 23 febbraio 2013

Il voto e "il Caos".


A ripetere “al lupo, al lupo!” , (quante volte ci è capitato!) anche quando alle viste ci sono soltanto faine e “pungazze”, si sa, va a finire che, quando la “bestia” arriva, le vittime sono divise e disattente. Questa volta il “lupo” c'è e ancora pochi lo hanno riconosciuto. Non è una figura sola della triste “smorfia” dei “leaders” reazionari e dei guru populisti che affollano le liste elettorali. Non è Berlusconi, il falso postino dell'Agenzia delle entrate che vorrebbe i poteri di Mussolini e il pittore del ritratto di Dorian Gray fra i dipendenti. Non è Grillo, che urla verità menzognere che tutti, almeno una volta, abbiamo creduto e molti seguono per la vita intera. La più soave: che “la colpa è degli altri”, che “noi” gente, non siamo e non dobbiamo essere responsabili di nulla e per nulla. Questi, e i minori, sono attendenti, famelici, di un ben più grande “Generale Inverno”. Il nemico è il Caos. Risultato della crisi, della miseria, che ci raggiunge a larghi passi, della sfiducia, il Caos è la fuga dalla democrazia, che, senza speranze condivise che facciano partecipare, diventa un guscio vuoto di leggi e palazzi. Si nutre di ogni cosa, per sconfiggerlo non basterà un voto. Intanto, però, è necessario non alimentarlo, non farlo ingrassare con un voto che non significhi: più giustizia, sicurezza, stabilità, governo. Solo il centrosinistra, solo Bersani possono provare a garantirli. Chi dice : “sono tutti uguali” vuole farci scegliere i peggiori. E, qui, in Emilia-Romagna, sogna, come sempre, di farci diventare una delle tante province arrese dove il lavoro ed i cittadini contano ben poco. Il passaggio dell'Italia è stretto. Decidiamo di essere fra quelli che vogliono tenerlo aperto

L'Unità, "il contrario", 23 II 2013

sabato 16 febbraio 2013

Deregulation all'armeria. Un No per la sicurezza.




Le armi. Al di là di chi ne ha necessità per lavoro, evidentemente piacciono. Altrimenti due parlamentari di Fli, Paglia ed il nostro Raisi, non avrebbero fatto una proposta per rendere più facile, “meno burocratico”, averne una. Deregulation non solo all'anagrafe ma anche all'armeria. “Come?-qualcuno ha chiesto- Di armi in mano ai privati si muore e voi volete promuoverne la detenzione?”. I due hanno risposto: “Sì, ma vogliamo, nel contempo, incrementare i controlli psico-fisici su chi ha un'arma”. Prima gliele diamo, poi li controlliamo. E, spesso, sparano all'impazzata i più insospettabili, i normalissimi. Senza contare gli incidenti, i bambini falciati da un gioco eccetera eccetera. E, soprattutto, perché? Chi sente il bisogno di facilitare una pistola, invece, per dire, di un buon libro? E' vero: la destra moderna e centrista ha fatto una lunga marcia di cambiamento ma, nei punti sensibili, evidentemente scatta la vecchia cultura come un coltello a serramanico. Inutile ironizzare, tuttavia. Interessa maggiormente riflettere sulla “cosa”, più che su chi la propone. Obama ci prova, le lobbies del “fucile per tutti”, in America, dove il Far West è storia di appena ieri, sono per la prima volta seriamente sfidate. Da noi il clima è diverso. La criminalità non è maggiore, è maggiore la paura, è minore la speranza. Lo Stato? In molti non ci credono più. La fondina carica da sicurezza. E' un'illusione nefasta. Associa chi la coltiva ai peggiori pensieri. Meglio non voltare la testa dall'altra parte, però. Ogni pronuncia, serve netta e chiara, che suoni: “No alle armi” deve unirsi ad un “Sì alla sicurezza”. Partiamo da qui.

"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 16 II 2013

sabato 9 febbraio 2013

La foto dello scudetto per dire ai lavoratori: "Appartenete a noi"




Dobbiamo sapere, tutto. Come azzereranno l'Imu quelli che l'hanno istituita, la sfida al diabete del consigliere che si fa comprare la Nutella, il nome dei cagnolini di Silvio e di Mario. Possiamo indignarci, urlare, mandare altrove tutti i politici, la “casta”. Perfino scagliarci contro Fabrizio Corona. Tanto, qualunque cosa gli si dica si rischia di prenderci. Di operai, no, meglio non dire, non sapere. Se proprio si vuol essere di Sinistra, magari intellettuali (quanto silenti!), ci si può divertire alle imitazioni di Marchionne. I morti, gli ammalati, per lavoro? Si pianga sulle statistiche, si stia sulle generali. Sui diritti negati si allarghino le braccia, si sfumi nei trafiletti. Così il lavoro dipendente si trasforma in “appartenenza”. Il lavoratore non più persona, ritorna oggetto. I muri della sua fabbrica, è anche “sua”, vi lavora, diventano memorandum sul dovere di appartenere, lui, alla fabbrica, a chi la possiede. L'”undici”dello scudetto, affisso alla Marelli, ”anti-assenteismo”, è questo. Infatti se ne scrive con parsimonia. Dispiace che venga usato quel Bologna “del popolo”. Vengono in mente Fulvio Bernardini, il “dottore”, un fior di democratico, e la nostra gente allo Stadio, o ai giardini, la Domenica, l'orecchio attaccato alla radio. Nielsen, cancellato col photoshop, dovrebbe sentirsi male augurato. Ma il problema non è lo strumento rossoblù che si utilizza, è la “ratio” di queste campagne. Mia mamma fu impiegata alla Ducati, nell'era fascista. Raccontava dei cartelloni con la scritta: “Salutare i superiori guardandoli negli occhi”. Capiva bene il loro significato. “Tu sei nostra!”. No. Fra lavoro e impresa ci deve essere un “contratto”, doveri e diritti, responsabilità, certo, ma “voce in capitolo”. C'è crisi, servono uomini e donne, non sudditi.

"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari, L'Unità E-R, 9 II 2013

martedì 5 febbraio 2013

Aldo


Perdere il proprio padre è sentire, immediato, il vuoto dei ricordi non più condivisi nel dialogo, la vita comune non più rinnovata nell’amore, nella confidenza quotidiana.
Per tutti è così. Noi figli di Aldo Ferrari sentiamo con dolore la mancanza improvvisa (non importa l’età avanzata, non consola) di una guida di immensa generosità, fino agli ultimi, lucidi giorni.
Un amico suo collega ci ha scritto che Aldo era “imponente e gentile”. Un uomo che camminava leggero, senza odi e rancori, lieve nella sua corporeità così massiccia.
Atleta in età giovanile, marinaio sui mezzi d’assalto visse, poi, lo sbandamento di una fede sbagliata, razionalmente perduta dopo la tragedia della guerra, senza incertezze e senza plateali abiure. Destinato per tradizione familiare, plurisecolare, alla carriera militare ed all’ingegneria aveva seguito altre ispirazioni, più vicine alla madre, la pittrice Emma Dallolio, alla moglie, Lucia ed al cognato Costantino Della Casa, intellettuali influenzati dalla Sinistra. Si era dedicato ad un mestiere, un’artigianato, così lo considerava con rispetto e passione, fare il fotoreporter, correre in Lambretta da un capo all’altro dell’Emilia-Romagna, in caccia di immagini. Dal 1950 al ’60 fu la sua grande stagione di fotografo. Dalle immagini, straordinarie, del Polesine alluvionato, al volto di Ligabue, il poeta folle degli argini e del dolore, diecimila scatti in dieci anni, un patrimonio.
Come hanno scritto Gregorio Scalise e Bruno Stefani l’impronta pittorica, luminosa, nelle sue foto è saldamente legata all’ingegno del taglio, della composizione, e a quel lavoro in camera oscura che produceva, dalla congerie dei “clic”,  il capolavoro.
Luca Goldoni lo convinse a fare il giornalista, intuendone, dalle didascalie, particolari, con le quali segnava le sue immagini, qualità di sintesi e di ironia. Al Carlino restò per una lunga stagione, distinguendosi come capocronista di Bologna, nel periodo della direzione di Enzo Biagi.
Anni, anche, di intenso impegno sindacale. Le sue fotografie diventarono cronaca della vita personale. C’è in queste “altre” foto un secondo patrimonio che andrà proposto alla conoscenza del suo pubblico, così cresciuto in questi ultimi anni.
Donò alla Cineteca l’intera collezione delle foto professionali, una mostra di inaspettato successo ne sancì una dimensione che è andata via via crescendo.
Oggi Aldo è riconosciuto come uno dei fotoreporter di maggior talento e alcune sue inquadrature possono stare nella storia della fotografia italiana.
Anche da giornalista mantenne l’attenzione alla grafica, all’impaginazione. Le sue pagine appaiono oggi, ideate per la composizione a caldo e la linotype, di un’arditezza che stupisce.
Una vita multiforme, vissuta seguendo la brezza della causalità e del talento: Aldo, nei suoi diversi mestieri, l’ingegnere, l’artista.

Davide Ferrari, La Repubblica, 5 II 2013


sabato 2 febbraio 2013

Diario elettorale. Un voto per non alzare le mani.


Note di diario, dopo più di mezza campagna elettorale. Dicono che è sotto tono, noiosa. In realtà è una delle più importanti. Se vincerà il centro sinistra di Bersani l'Italia avrà un governo, potrà contare in Europa, per cambiare questo continente serrato dal rigore ingiusto delle destre. Se vincerà il “resto del mondo” (quanti sono! Da Berlusconi a Ingroia) saranno dolori. In fondo il quadro è semplice. Se lo si comprende non ci si annoia, si prende parte, ci si schiera. Grillo, già avviato a un alba, in parlamento, molto simile a un tramonto, arriva in Emilia-Romagna. Ha ripreso colore dopo l'esplodere della vicenda Monte Paschi, cui ha reagito rivalutando Craxi. Dopo vent'anni il controverso Ghino di Tacco è ancora una figura cui rendere omaggio, per entrare nel cuore di “quel”certo elettorato. Ma cosa può dirci, Grillo? Qui già governa, a Parma, e poco combina. Qui i suoi sono arrivati da tempo nelle istituzioni e, subito, si sono lacerati. Monti ha avuto contestazioni dall'aspra situazione del terremoto. Comunque non decolla. Molti giornali si chiedono il perchè? Chi si pone la domanda deve avere dei conti in banca dai 5 zeri in su. Il PD fino ad ora, dopo le belle primarie, è stato prudente. Forse attendeva i colpi bassi, che infatti sono arrivati, da Siena a Milano. Adesso bisogna farsi sentire. L'argomento c'è. Non sono le alleanze future al centro. Partire da lì avrà tacitato qualche componente interna, o estera, ma ci ha fatto molto male. Un voto per noi, chiedere, e basta. Se votate il Circo Barnum degli altri, questa volta , dovete saperlo, sarà come alzare le mani, di fronte a una crisi che non fa prigionieri.

L'Unità E-R; 2 Febbraio

sabato 26 gennaio 2013

CIE. Il coraggio del Sindaco.

Il Sindaco di Bologna oggi va al CIE. Si vede che i cosiddetti “politici” non sono tutti uguali. Chiunque conosce un po' il mestiere sa che un bravo politicante deve fuggire i problemi, temerli come una brutta influenza, lavarsene le mani con l'amuchina, mai affrontarli. E gli stranieri portano ricchezza, checché se ne dica, ma problemi, tanti. Merola al contrario “entra”, non aggira. Vedrete le reazioni. La più diffusa sarà chiedergli di occuparsi di “noi”, non degli altri. E invece siamo nella stessa barca. Una città deve sapere anche come vivono, quali diritti e doveri hanno, tutti i suoi abitanti. Anche i clandestini rinchiusi in base a norme di dubbia legittimità democratica ed ancor più dubbia efficacia. Sotto l'onda, sempre lunghissima, della necessità di arginare il fenomeno si è arrivati per gradi a realizzare una catena di luoghi a rischio, appaltati come un servizio, al massimo ribasso dei costi. Un'infezione. Il Sindaco dirà. A noi spetta richiamare l'opinione pubblica alla consapevolezza. Non ci si separa dalla globalizzazione e dalle sue maledizioni, separando i destini. I salvati di qua, i sommersi là, oggi nei CIE. Non saranno lager ma la strada della regolazione dei flussi, del governo dell'integrazione, della prevenzione della clandestinità passa altrove. Fra i reclusi ci sono incalliti, dalla vita e dalle cattive intenzioni, disperati, donne identiche per professione e volontà a tante loro colleghe badanti che sono fuori, nelle nostre case. Spesso hanno già lavorato, qui. Altri sono fratelli e sorelle di chi vive con noi. Mettere un punto e ricominciare. Sull'immigrazione è, ancora una volta, necessario.

"Il contrario"
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità 26 I 2013

sabato 19 gennaio 2013

Parma. Cosa ci dice.

Gli arresti di Parma, la montagna di debiti che la stritola, sono la pietra tombale di una stagione. Quella delle cosiddette liste civiche promosse e sostenute dalla Destra. I “ghiacciai eterni” della Sinistra stavano sciogliendosi -così ci ripetevano praticamente tutti, e, dal '99 bolognese a Parma, ad altre realtà, in molti scommisero su un mix di tecnicità, corporazioni e zoccolo duro berlusconiano. Alleanze sante, o almeno molto benedette. Le esperienze non sono state tutte uguali, la vicenda parmense appare veramente inquietante. Forse perché è durata molto di più. Bene ha fatto il PD parmense a chiedere una commissione d'inchiesta, per fare luce, e per recidere consuetudini che potrebbero essere vive, ancora. Il M5Stelle insiste nell'indicare nella politica “di professione” la responsabile di quanto è accaduto. E' vero il contrario, è proprio una politica debole, sostituita dagli interessi, più che civici personali e tribali, ad aver fatto il buco. Per questo si dubita che la medicina possa essere l'andar per tentativi del fragile potere grillino, del Sindaco Pizzarotti, ritrovatosi in Municipio anche per molti consensi sbarcati da una Destra in disarmo. Bisognava interpellare un'altra città, alternativa agli affari, non rinchiudersi in un piccolo cabotaggio figlio, più che dell'inesperienza, dell'angustia progettuale. Dovrà farlo l'opposizione democratica per preparare un'alternativa di valori, di pratiche, di protagonisti sociali. Troppo ha governato il peggio dei ceti abbienti, ed ora la retorica dei tanti qualunquismi. Parli, agisca la Parma del lavoro, della cultura, essenziale, per la nostra Regione, per il suo futuro.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità 19 Gennaio 2013

domenica 13 gennaio 2013

Favia e la casta degli irresponsabili.

Favia va. Via, con Ingroia. Non ne siamo contenti per la neonata coalizione dell' "estrema". Certo non è affar nostro, ma ogni colpo alla credibilità della politica ci preoccupa, ci addolora, persino. E'un colpetto, in questo caso - vista la dimensione storico-politica del consigliere regionale filmaker - ma potrebbe contribuire, con altri ben più rilevanti, a dare il senso di una campagna elettorale giocata sull'inseguimento dell'improbabile, del degradato, del futile. Berlusconi con la sua stessa re-esistenza offusca tutto il quadro. Il monitor, per meglio dire, anche quello furbastro, questa volta troppo, degli anfitrioni Santoro e Travaglio. E poi Grillo, il padre di tutti i Favia. “L'antifascismo non mi compete”(si poteva dubitarne?) attesta a Casapound. La dogana è superata: todos caballeros, dal vaffanculo al menefrego, manganelli compresi. E poi Fede, e poi, se non basta, Moggi, e poi e poi..Non si deve permettere loro di “occupare” le elezioni. Gli italiani devono darsi un governo, migliore e più giusto anche della recente amministrazione. "O la casta o l'alternativa", urlano i banner su Facebook, dove incrociano i “Mi piace” opposizionisti in buona fede e mascalzoni.
Noi siamo l'alternativa. La casta sono loro: l'Italia irresponsabile di sempre. Il più è farlo capire. Per esempio sviluppando la campagna elettorale, quella vera fra i cittadini. Tutti, non solo Bersani,  a parlare, a proporre, a convincere. Con la forza delle Primarie ma sapendo che sono già alle nostre spalle. Tornando a Favia...no, non ci torniamo. Tanti, relativi, auguri. E' sufficiente.



"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 13 Gennaio 2013

sabato 5 gennaio 2013

Il lavoro, la concertazione e la vera politica.

Parliamo di lavoro e di un buon accordo, fra Coop e Sindacato. Una rondine, d'inverno, che vola e bene. E' politica anche questa, non si preoccupi chi vede la notizia solo nelle cronache di palazzi e salotti. Monti scende, o sale, in politica. Appare, promette, esige, sorride persino. Molti cambiamenti, alcune costanti. Le ossessioni sono poche ma di frequente ricorrenza. Personali: Stefano Fassina e Vendola. Globali, per così dire: la CGIL.
Universali: la concertazione fra governo e parti sociali. Roba vecchia, definisce con il brivido della lontana primavera tatcheriana. Bisognerà farci i conti. Comunque. Questione di rapporti di forza? Certamente, ma da misurare non solo con l'abaco il giorno dopo le elezioni. Il professore sa quel che dice e, soprattutto, sa a chi lo dice. Non è solo l'Europa. Sono settori importanti dell'economia e della produzione che proprio non ci credono che dalla crisi si possa uscire senza un drastico giro di vite sui loro dipendenti e comunque, pensano, visto che ci siamo, proviamoci, nel declino, a portare a casa più che si può.
Attenzione. A questi il PD dovrà saper parlare, a chi li segue dovrà dimostrare che c'è un'altra via, che conviene a tutti puntare sullo sviluppo. E senza concertazione addio produttività e sviluppo. Questo sarà il vero punto del “confronto” con il centro, varrà di più delle complicate ambizioni dei suoi innumerevoli leaders politici. L 'accordo di Bologna  dimostra cosa si può fare quando l'impresa vuole davvero “tenere” il mercato, quando il sindacato non sta in angolo, ma tutelando indeterminati e precari. Un tassello del mosaico che va a posto.


l'Unità, 5 gennaio 2013
"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari